M’illumino di Meno è la Giornata Nazionale del Risparmio Energetico e degli Stili di Vita Sostenibili ideata nel 2005 da Rai Radio2 con la trasmissione Caterpillar e istituita dal Parlamento con la Legge n. 34/2022. L'edizione 2025 è dedicata allo spreco energetico nel settore del fast fashion e alle alternative virtuose che promuovono il riuso e la valorizzazione degli abiti.
Analizzando i dati del 2020, l’Agenzia europea dell’ambiente ha calcolato l’impronta ecologica del settore tessile da una prospettiva di consumo europea. Ha stimato che in quell’anno ciascun cittadino dell’Unione Europea abbia consumato, in media, 15 kg di prodotti tessili, per un totale di 6,6 milioni di tonnellate.
La produzione di tutti quei capi ha richiesto l’utilizzo di 175 milioni di tonnellate di materie prime, circa 4.000 milioni di m³ di “acqua blu” (acqua dolce prelevata dalla superficie e dalle falde acquifere), circa 20.000 milioni di m³ di “acqua verde” (acqua piovana immagazzinata nel suolo e usata prevalentemente per la coltivazione) e 180.000 km² di suolo. In altre parole, nel 2020, ciascun cittadino dell’Unione, solo con i suoi acquisti di prodotti tessili, ha consumato 391 kg di materie prime, 9 m³ di “acqua blu”, 44 m³ di “acqua verde” e 400 m² di suolo. Un consumo di materie prime, acqua e suolo che solo in piccola parte avviene in territorio europeo: principalmente, si concentra nelle importanti regioni di produzione tessile in Asia.
Le emissioni di gas serra generate da questa produzione sono state di 121 milioni di tonnellate di CO2, cioè 270 kg di CO2 a testa. Se si aggiunge il problema dei rifiuti tessili (solo l’1% degli abiti usati viene riciclato in capi nuovi), è evidente che il nostro rapporto con la moda va ripensato. Dal lavaggio dei tessuti tessili e dal loro mancato riciclo si formano le microplastiche, frammenti di plastica inferiori ai 5 millimetri. Un recente studio ha rivelato un dato preoccupante: il 99% dei campioni di pesce analizzati conteneva microplastiche, evidenziando l’ampia diffusione di questi inquinanti nei mari e nei prodotti alimentari. La ricerca, condotta in Oregon, ha coinvolto diverse specie di pesci e crostacei, tra cui salmone Chinook, gambero rosa e merluzzo, mostrando che praticamente ogni esemplare esaminato aveva ingerito particelle di plastica. Si stima oltre l’80% delle microplastiche trovate nei pesci erano fibre tessili, provenienti principalmente dall’industria dell’abbigliamento e dal lavaggio dei vestiti sintetici. Questo dimostra come la plastica entri nell’ecosistema marino attraverso diversi canali, con effetti potenzialmente gravi sulla fauna acquatica e sulla catena alimentare umana.
La stessa Agenzia europea dell’ambiente riferisce che: “Negli ultimi 20 anni, il tempo di utilizzo degli abiti è diminuito del 36%, con una media di sette/otto utilizzi per ciascun capo”. Come alternativa al fast fashion, per contrastare lo spreco, sono già nate moltissime realtà che promuovono il riuso e la valorizzazione degli abiti.
Nel nostro piccolo proviamo a portare con il Progetto Plastron un nuovo sistema di economia circolare partendo dai siti marini partner del progetto. La plastica in mare va recuperata e riciclata, la nostra sfida è quella di farlo con la manifattura additiva, ovvero con le stampanti 3D, dalle quali ridare vita ai materiali di scarto con nuovi oggetti di uso quotidiano.