C’è un posto in Europa dove la plastica non ha bisogno di essere invitata: il mare. Arriva dai fiumi, dagli scarichi, dalle città, dalle attività portuali e turistiche, dalla pesca, dalle imbarcazioni e, soprattutto, da quella parte dei rifiuti che produciamo sulla terraferma e che non viene gestita correttamente. Bottiglie, tappi, sacchetti, contenitori, mozziconi, frammenti di polistirolo e reti da pesca finiscono così sulle spiagge o, peggio ancora, diventano invisibili sul fondale e nell’acqua.
Nel 2026 l'Europa può però raccontare una storia fatta di due notizie: una buona e una decisamente meno buona. La buona è che la situazione sta migliorando. La cattiva è che siamo ancora molto lontani dall'obiettivo di avere mari e coste davvero puliti.
Secondo i dati della Commissione europea e del Joint Research Centre, tra il periodo 2015-2016 e quello 2020-2021 la quantità di macro-rifiuti sulle coste dell'Unione europea è diminuita complessivamente del 29%, passando da una mediana di 287 a 203 oggetti ogni 100 metri di costa. È un risultato importante, attribuito anche all'effetto delle politiche europee contro la plastica monouso e alle iniziative nazionali, locali e dei cittadini.
Ma 203 rifiuti ogni 100 metri significano oltre due rifiuti per ogni metro di costa. E soprattutto siamo ancora molto sopra il valore di riferimento europeo per raggiungere un “buono stato ambientale”: 20 oggetti ogni 100 metri.
Il Mediterraneo: il problema è sotto i nostri occhi
Per chi vive sulle coste mediterranee, il dato più significativo riguarda proprio il nostro mare. Nel 2020-2021 sulle coste europee del Mediterraneo sono stati registrati in mediana 233 oggetti ogni 100 metri, contro i 376 del 2015-2016: una riduzione del 38%.
Il Mediterraneo, dunque, migliora, ma rimane ben lontano dalla soglia dei 20 oggetti per 100 metri. E la situazione cambia anche sensibilmente da un'area all'altra. Nel Mar Nero, ad esempio, la mediana raggiungeva addirittura 684 rifiuti ogni 100 metri nel periodo 2020-2021. Nel Nord-Est Atlantico e Mare del Nord il valore era invece di 173, mentre il Baltico registrava 16, già al di sotto della soglia europea.
La geografia, insomma, conta. Ma conta ancora di più ciò che buttiamo.
Plastica: la protagonista che nessuno ha invitato
Quando parliamo di rifiuti marini, infatti, parliamo soprattutto di plastica. La Commissione europea stima che circa l'80% dei rifiuti marini sia costituito da plastica. Ogni anno in Europa vengono inoltre generati quasi 32 milioni di tonnellate di rifiuti plastici.
Una parte significativa dei rifiuti che troviamo sulle spiagge è rappresentata da prodotti usa e getta: contenitori per alimenti e bevande, tappi, cannucce, sacchetti, bastoncini, palloncini e soprattutto piccoli oggetti che sembrano innocui quando li utilizziamo per pochi minuti, ma che possono rimanere nell'ambiente per tempi enormemente più lunghi.
Secondo l'EEA, i dieci oggetti in plastica monouso più frequentemente trovati sulle spiagge europee rappresentavano circa il 43% di tutto il marine litter analizzato. Gli attrezzi e gli oggetti legati alla pesca rappresentavano inoltre un ulteriore 27%.
È una proporzione che dovrebbe farci riflettere: una passeggiata sulla spiaggia può trasformarsi in una sorta di inventario delle nostre abitudini quotidiane.
Il rifiuto che non vediamo è quello più difficile da combattere
Il problema, però, non finisce sulla battigia. Una parte dei rifiuti galleggia, un'altra viene trasportata dalle correnti e una parte affonda. Sul fondale marino, l'OSPAR segnala una presenza diffusa di rifiuti, con una forte componente di materiali plastici e oggetti collegati alle attività di pesca.
E poi ci sono le microplastiche: frammenti talmente piccoli da essere difficili da vedere, ma capaci di entrare negli ecosistemi e nella catena alimentare. La plastica può essere ingerita dagli animali marini, provocare intrappolamento e lesioni e contribuire al trasporto di contaminanti. L'EEA segnala, ad esempio, che l'ingestione di plastica è ampiamente documentata in diverse specie marine europee.
Le coste europee stanno migliorando. Ma non abbastanza.
Anche l'Atlantico offre un messaggio interessante. Nell'area monitorata da OSPAR, la mediana del rifiuto sulle spiagge nel periodo 2018-2020 era di 252 oggetti ogni 100 metri, mentre la plastica rappresentava circa il 94% del totale. In alcune regioni, come la Baia di Biscaglia e la costa iberica, il valore arrivava a 360 oggetti ogni 100 metri.
Ma anche qui emerge una buona notizia: negli ultimi anni sono state osservate diminuzioni significative dei rifiuti e della plastica in diverse regioni. L'Europa, quindi, non è ferma. Le politiche funzionano quando vengono applicate, controllate e accompagnate da cambiamenti nei comportamenti.
Nel 2026 questa è forse la lezione più importante. La riduzione del 29% registrata sulle coste dell'UE dimostra che intervenire produce risultati. Ma dimostra anche quanto resta da fare. La stessa Commissione europea, nella revisione intermedia del Piano d'azione “Zero Pollution” pubblicata nel 2026, sottolinea che l'inquinamento marino resta una delle questioni centrali e che il quadro normativo europeo dovrà continuare a rafforzare la protezione di un ambiente marino pulito e sano.
Perché il mare non è un cestino. E nemmeno una discarica con una capacità infinita di nascondere ciò che non vogliamo vedere.
Ogni bottiglia raccolta sulla spiaggia è un piccolo rifiuto in meno nell'ecosistema. Ma la vera soluzione comincia molto prima: produrre meno plastica inutile, riutilizzare di più, raccogliere correttamente i rifiuti, ridurre il monouso e impedire che ciò che nasce sulla terra finisca in mare.
Nel 2026 abbiamo finalmente abbastanza dati per sapere che il problema esiste. Abbiamo anche qualche dato per dimostrare che possiamo ridurlo.